TUTTO SOTTO CONTROLLO
Si chiama Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. È presieduto dal Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, prefetto Antonio Manganelli. È composto da esperti del Viminale e dei Servizi, della Federazione, della Lega Calcio. È l'organo che ha il compito ufficiale di monitorare e garantire le condizioni di sicurezza negli stadi italiani. In realtà gli scopi sono altri. Subdoli come strategie e strumenti messi in campo. Il fine giustifica i mezzi. Prendendo a pretesto la violenza ed il razzismo dei soliti noti si vogliono riconquistare, normalizzare e pacificare le curve. Tutte. Ad ogni costo. Il business e la governance del controllo sociale non ammettono anomalie. L'Osservatorio ha deciso che dal 30 marzo p.v. sarà vietato l'ingresso negli impianti sportivi di oggetti per "manifestazione sonora non autorizzata", quali tamburi, megafoni, sirene, fischietti, ecc.

Si vuole proibirne l'ingresso anziché sanzionarne un eventuale uso improprio per motivi evidentemente altri da quelli sbandierati: cosa abbia a che fare tutto questo con il contrasto alla violenza ed al razzismo nessuno lo dice. Come se per contrastare la produzione di programmi televisivi razzisti venisse proibito il possesso di telecamere ed altre strumentazioni televisive. Non sanzionare solamente i razzisti quindi, ma impedire la produzione televisiva in generale. Una follia…

L'Osservatorio ha deciso anche il divieto di entrata per qualsiasi tipo di striscione e bandiera non preventivamente autorizzato. L'eventuale introduzione e esposizione all'interno dello stadio può essere consentita esclusivamente previa comunicazione alle società sportive e autorizzazione del Gruppo Operativo Sicurezza (composto da un funzionario di Polizia, un responsabile della Sicurezza della Società, dei VV.FF. e della squadra ospite). Negli impianti con capienza al di sotto dei limiti imposti dalla normativa vigente (per i quali non è previsto il GOS), servirà il permesso della Questura. Nella velina diramata dall'Osservatorio si dice inoltre che "a valutazione ai fini dell'autorizzazione terrà conto, oltre che del contenuto, delle dimensioni e della natura del materiale degli striscioni, anche di ogni altro elemento che possa pregiudicare la sicurezza dell'impianto sportivo." Anche qui vale lo stesso assunto precedentemente esposto: cosa abbia a che fare tutto questo con il contrasto alla violenza ed al razzismo nessuno lo dice. Queste rigide regolamentazioni non tengono volutamente in benchè minima considerazione usi e consuetudini del tifoso italiano. Anzi.

Sono scritte e pensate proprio su misura. Per cancellarli. Per proibirli. Così come è studiata la strategia basata sulla discrezionalità territoriale nell'applicazione del decreto Amato. Pensata con l'intento di impedire una protesta collettiva. Favorita dalla estrema frammentazione di un universo ultras incapace di mettersi in discussione ed avviato verso l'autodistruzione. E significativa è anche la modalità comunicativa scelta dall'Osservatorio. Una velina rilanciata da agenzie di stampa e mass media senza alcun commento. Nessun giornale ha ritenuto di aprire un dibattito serio. Nessuna voce autorevole si è alzata per esprimere dubbi o dirsi in disaccordo. La decisione è presa ormai. Il dado è tratto. Indietro non si torna. E non vale nemmeno la pena di discutere.
E l'obiettivo di tutto questo non è lo sradicamento di violenza e razzismo, su cui potremmo essere tutti d'accordo, ma l'eliminazione di ogni forma di aggregazione sociale ed autonoma legata al tifo calcistico. Si vuole impedire, d'accordo con le società, l'espressione di un pensiero ed un'organizzazione autonomi da parte degli spettatori, dei tifosi, dei cittadini. Si colpisce la creatività, la spontaneità del tifo. La sua stessa indipendenza ed autonomia. È davvero sconcertante dover fare domanda in Questura per esibire una bandiera od uno stendardo. Per inciso chi vorrà esibire le bandiere ufficiali delle società non dovrà sottostare a queste norme. Il business del merchandising è salvo. Non avevamo dubbi in proposito.

Come non abbiamo dubbi che il futuro ci riserverà claques organizzate e ben retribuite dalle società stesse. Animatori da club med che faranno cantare il pubblico a comando come al karaoke. Dotati, loro sì, di megafoni, tamburi e quant'altro. Sarà praticamente impossibile ogni forma di critica. Alle società sportive. All'estabilishment sportivo e politico. Al calcio industria. Alle forze dell'ordine.

Sarà praticamente impossibile esporre striscioni di contenuto sociale e culturale con il pretesto che il contenuto non è in linea con una manifestazione sportiva.Si mette un enorme bavaglio a tutta la società civile motivandolo con la necessità di togliere la parola a violenti e razzisti. È davvero una deriva pericolosa. L'ipocrisia di queste nuove norme è evidente. Anziché sanzionare reati si vogliono restringere gli spazi di libertà collettiva ed individuale di tutti. Forse solo adesso si comprende davvero il ruolo che fascisti, razzisti, affaristi e banditi delle curve, finti ribelli e stupidi uligani, hanno avuto, ed hanno, nella costruzione delle condizioni necessarie a che tutto questo potesse avvenire. Un triste ruolo. Il ruolo dei servi. Della repressione. Del business che non deve essere disturbato.

Un ruolo strategico per la produzione di paure e angoscie collettive da esorcizzare e da combattere. Sacrificando sull'altare della sicurezza, moderna divinità del controllo sociale, ogni spazio di libertà, di critica e di dissenso. Lo stadio è lo specchio di una società incapace di difendersi da sé stessa. Prigioniera della proprie paure. Stolta. Come lo stolto che guarda il dito quando questo indica la luna. Discutere ci pare inutile. Con chi poi? Con chi si illude ancora di salvare gli ultras? Coi complici ed i collaborazionisti?

Sedersi al tavolo del governo anche. Inutile e immorale. Non ci piace la logica dei buoni e dei cattivi. Conviene comprendere l'essenza stessa della questione. La nostra presenza negli stadi. Come e perché restarci. In quali nuove forme. Per fare e dire cosa. È evidente che si vuole cancellare ogni presenza autonoma e non omologata nella società. A partire dagli stadi. Che continuano ad essere un laboratorio. Di dinamiche repressive e di controllo sociale sempre più raffinate. Di questo dobbiamo discutere. Di nuove forme di espressione e di aggregazione. Questa è l'unica possibilità. Cambiare continuando ad essere quello che siamo.

- EL ESTADIO DEL BAE, è arrivato al traguardo. Perché le cose cambiano ed è giusto sia così. Era, è, e sarà per sempre, un progetto, nato per ricordare un amico. Un compagno. Un fratello. Un progetto capace di riempire quel vuoto enorme che la signora in nero lascia sempre. È stato un sogno, sembrava irrealizzabile, lontano, irraggiungibile. È stato, è, e sarà qualcosa che neanche ci aspettavamo. In questi sei anni abbiamo conosciuto tanti compagni di viaggio, che ci hanno avvicinato nonostante le diffidenze e a volte le rivalità, perché hanno riconosciuto nel Bae, quello che un po' tutti siamo, sognatori e ribelli dentro. Veramente. Questo è stato il grande successo de EL ESTADIO DEL BAE: abbiamo costruito ponti tra mondi distanti e diversi, abbiamo costruito una rete di solidarietà, abbiamo sostenuto concretamente, e dal basso, la lotta di un popolo, che ha avuto il coraggio di urlare al mondo con una forza ed una dignità senza pari, quello che stava subendo.

ESTADIO DEL BAE è arrivato al traguardo. E noi, tutti insieme, questa estate, ritorneremo in Chiapas per concludere degnamente questo cammino, dedicando il Templete del Caracol de La Realidad a Francesco e a tutti noi che ci siamo impegnati in questo lungo cammino. Ma questa non è la fine dei nostri sogni. Andremo avanti. Andiamo avanti.
     
 
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